Lobeda, Deutschland, luglio 2010
La Turingia, il cuore verde della Germania, e una piccola città universitaria: Jena. L’idea iniziale sarebbe forse stata quella di fare la mia esperienza di volontariato SVE in una grande città, magari nella multiforme e stimolante capitale tedesca. Invece la risposta positiva è giunta da questa cittadina, ai più sconosciuta.
Dopo avere verificato su google maps l’esatta collocazione ho prenotato il consueto volo lowcost Rayanair con destinazione Berlin. All’aeroporto sono venute ad accogliermi con un furgoncino due persone che, col passare del tempo, sarebbero diventate due modelli di vita interessanti. C. e F.: sulla cinquantina, testimonianza vivente del complicato stile di vita degli anni della DDR. Lavorerò con F.: alto, snello con lunghi capelli grigi raccolti in una coda, occhiali da intellettuale, rigorosamente vestito di nero e con uno sguardo dolce ed al contempo grave. Si parla molto durante il viaggio, in tedesco, lingua che già conosco, ma che devo comunque migliorare ed approfondire. Uno dei motivi per cui mi trovo qui, seduta sul sedile posteriore di questo furgoncino.
Dopo alcune ore di viaggio arriviamo a Jena: una cittadina senza troppe pretese, circondata da alte colline ed immersa completamente nel verde. Questa natura rigogliosa e potente mi colpisce. Se solo anche nel nostro paese avessero avuto un poco più di rispetto per l’ambiente naturale, nei pressi della mia casa natale, in Italia, non ci sarebbero mostri di cemento, ma zone verdi con le quali l’uomo può realmente stabilire una connessione fisica e metafisica, una sorta di vero e proprio panismo. Non voglio però scadere nell’essere freak.
Il nostro furgoncino non si ferma però a Jena centro, ma procede verso il quartiere della città presso il quale abiterò per circa 12 mesi (non dico un anno perché questa parola mi incute un po’ di timore, scandire il tempo in mesi e settimane è molto più rassicurante e privo di un lacerante impatto immediato).
Torniamo a noi. Il quartiere si chiama Lobeda e si configura come un ehmaligen DDR-Stadtteil. Al primo impatto mi sembra sconfinato: file e file di enormi palazzoni si susseguono imponenti e sconvolgenti. Non riesco nemmeno approssimativamente a contare quante finestre sono presenti in una facciata di un solo condominio. Nemmeno riesco a scorgere la fine dell’edificio. Mi pare improvvisamente di non trovarmi più in Deutschland, ma in una qualche periferia degradata in Russia. Mi ritornano alla mente quegli edifici che ho avuto modo di vedere in un viaggio fatto appunto in Russia con mia madre. Sempre mi ero chiesta, e anche oggi mi pongo questo interrogativo, come la mente umana ha potuto progettare un simile sistema abitativo. Dà certo la possibilità a tante persone di avere un tetto sotto il quale vivere, ma si tratta di abitazioni totalmente spersonalizzanti, definibili oggi non luoghi oppure sì luoghi, ma privi di personalità. Che annullano peraltro anche la personalità e la creatività di chi vi abita. Una meschina mossa di un regime che anche tramite l’architettura intendeva manipolare le menti del popolo.
Dopo questi voli pindarici della mente, metto i piedi per terra (perché effettivamente scendo dal furgoncino e sto per entrare nel mio futuro Block, numero civico 18) e realizzo appunto che questo luogo ameno sarà la mia futura casa. L’aspetto comunque positivo è dato dalla ingente quantità di verde che circonda la zona e il sole, tondo e feroce, splende senza paura.
F. gentilmente mi aiuta a trasportare la valigia al terzo piano (e tiro un profondo sospiro di sollievo perché l’edificio ha all’incirca tredici piani) ed entriamo, capitanati da C., nel famigerato appartamento che peraltro si trova nel bel mezzo dei lavori di ristrutturazione. Sull’uscio, con un sorriso tra il dolce e il sinistro, ci attende una giovane ragazza dell’est europeo, dai capelli decisamente colore carota, che mi abbraccia e mi dà il benvenuto. La mia futura coinquilina dall’Estonia, personalità che avrò poi modo di scoprire appieno nei mesi a venire.
Il nostro povero WG non si presenta molto pulito: bottiglie di birra e spazzatura abbandonata nella cucina, piatti da lavare nel lavatoio, il bagno umido e cieco con la muffa sul muro vicino alla doccia, la tavoletta del WC scrostata e mezza tranciata, la moquette della mia camera da letto è vecchia e strapiena di polvere … Il mio pensiero è chiaramente: “No, io qui non ci sto. Questa non è la Germania ordinata e pulita che ricordavo. Me ne voglio andare, voglio tornare nella mia Italia!!”
Sarà pure banale, ma le impressioni col tempo veramente mutano e concretamente la vita si trasforma in un qualcosa che non avresti mai immaginato. Questo primo impatto di SVE, un poco disastroso, si è realtà trasformato in una delle esperienze più edificanti, e al contempo divertenti della mia vita. Non esagero ragazzi!
In questi mesi trascorsi a Jena ho avuto innanzitutto la possibilità chiaramente di approfondire la conoscenza della lingua tedesca e soprattutto sono entrata umanamente in contatto con persone incredibili provenienti da diversi luoghi, sia europei che extraeuropei. Ho avuto realmente la splendida occasione di potermi confrontare: solo dal proficuo contatto con uomini con idee dissimili dalle proprie si può giungere alla creazione di una società pacifica, in cui individui completamente differenti tra di loro si compenetrano e si completano.
Non è sempre facile (quante volte ho ironicamente pensato di strozzare la mia coinquilina estone perché lasciava spicchi di aglio nel bagno per curarsi dal raffreddore!), anzi un tempo pensavo fosse utopico.
Ora il mio punto di vista è decisamente cambiato e penso che una convivenza effettiva tra popoli diversi sia costruibile, con sforzo, pazienza e positività. Ritengo che in realtà il segreto sia sostanzialmente banale e noto ai più: siamo semplicemente tutti uomini. Nasciamo, cresciamo, necessitiamo di sonno e nutrimento. Amiamo, odiamo, soffriamo, gioiamo. Insomma viviamo, come un amico incisamente mi disse in un momento di assurdo imbarazzo (ma questa è un’altra vicenda). Frase lapidaria che contiene in sé già tutte le multiforme e sfaccettate risposte.
Non l’avevo capito forse prima? Forse sì. Il pensiero già aleggiava nella mia mente ma ancora non aveva preso coscienza di essere un qualcosa di concreto. Per cui ora, grazie a questa esperienza di volontariato, ho preso realmente coscienza. Riesco a vedere il mondo da un’altra angolazione. Posso ora a pensare diversamente. Se fossi rimasta in Italia la mia mente avrebbe continuato a correre su ben altri binari.
Per cui grazie Florence, Kevin, Andrea (uomo), Rafael, Leene, Felipe, Fritz, Conny, Isabel, Renè, Raphael, Annegret, Andrea (donna), David, Simone, Benjiamin, Manuela, Daniela, Oliver, Diana, Alì, Nora, Julia, Gabor, Wladimir, Jana, Nella, Dooa, Yvett, Nabil, Roksane, Daniela, Elisabeth, Gabriela, Yvonne, Marie-Louise, Corinne, …
E grazie anche a te Lobeda, che con le tue mostruose sembianze mi hai fatto comprendere che l’uomo, in caso di necessità, riesce ad adattarsi ad ogni cosa per potere continuare la sua esistenza.
E talvolta nell’orrendo vi trova anche qualcosa di esteticamente gradevole.
by Giulia Bagnara, Italy



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