Prints in the snow
“Qual è dunque lo scopo di un tale viaggio? Nessuno, se non quello di perdere il proprio tempo nel modo più fiabesco e più sostanziale possibile. Svuotarsi, denudarsi e, una volta vuoti e nudi, riempirsi di sapori e saperi nuovi. Sentirsi vicini alla lontananza e consanguinei dei diversi. Sentirsi a casa propria nel guscio degli altri. Come un eremita. Ma un eremita planetario”
Pour une Littérature voyagense
Credo che in tutte le vicende umane il destino abbia un certo peso. In fondo, stava scritto che un giorno sarei partita per la Danimarca. A dodici anni mi venne regalato “Aneddoti del destino” di Karen Blixen, il primo libro che ho letto tutto d’un fiato dall’inizio alla fine e che mi ha fatto letteralmente innamorare di quest’autrice Danese. Poi il tempo passa, la vita porta per strade inedite ed impensabili ma alla fine tutto torna. Arrivata a 27 anni con una laurea in Antropologia Culturale a Venezia e decine di diverse esperienze lavorative, la mia inquietudine saliva. Avevo bisogno di qualcosa di diverso, una nuova sfida capace di mettermi davanti a quell’Io che sentivo di non conoscere abbastanza. Fornendo delle consulenze sulle opportunità di volontariato per i giovani presso il Centro di Servizio di Volontariato di Rovigo mi sono domandata “Perché non partire?”. Lo SVE mi è sembrato da subito un programma molto interessante e serio, nonostante la varietà dei progetti e dei Paesi coinvolti. Il mio cuore mi avrebbe portato ad esplorare un’antica cultura del Mediterraneo (Turchia, Grecia…) ma dopo alcune valutazioni ho cambiato completamente direzione. E perché non un Paese del Nord, capace di mettermi seriamente alla prova? Non ho mai amato il freddo e i “Nordici” non erano sinceramente mai riusciti a catturare il mio interesse. Avevo pensato quindi sarebbe stato un modo per migliorare l’Inglese (dato il livello di conoscenza di questa lingua nel Nord Europa), fare un’esperienza di volontariato di un certo livello (considerando la rinomata organizzazione nordica) e sfatare, se possibile, i miei pregiudizi. Mi interessavano progetti nel settore ambientale. Mentre scartabellavo nel database europeo senza grossi risultati, tra Paesi come l’Islanda, la Svezia, la Danimarca e la Norvegia, mi sono accorta che un’organizzazione Danese, Houens Odde Spejdercenter, stava cercando volontari. Si trattava di un centro scout. Tra i requisiti richiesti vi era il possesso della patente di guida. Dopo qualche tentennamento iniziale dovuto al mio scetticismo nei confronti del movimento scout e alla paura di mettermi un po’ troppo in discussione ho deciso di tentare. Io ed Emiliano, il mio tutor italiano, abbiamo quindi mandato il CV e la lettera motivazionale. A distanza di un paio di settimane, l’associazione mi manda una mail dicendo di essere interessata al mio profilo e di volermi fare un’intervista telefonica. La contentezza iniziale aveva lasciato lo spazio all’ansia. Dovevo fare un’intervista in Inglese!!! In realtà, dal primo momento che io e Karsten, il boss dell’organizzazione, abbiamo cominciato a parlare mi sono resa conto di riuscire a capire molto più di quanto pensassi e di essere di fronte ad una persona cordialissima con un gran senso dello humor (cosa che poi ho capito caratterizzare in generale i Danesi). A distanza di un paio di settimane mi hanno dato la conferma di avermi selezionata, si trattava quindi “solamente” di preparare le mie cose e aspettare la data di partenza, il 22 febbraio 2010. La durata del progetto era 6 mesi: da febbraio ad agosto 2010. Quando partii, quella notte di febbraio, lasciando per la prima volta nella mia vita la mia famiglia, sentivo dentro di me l’agitazione per qualcosa di ignoto che avevo davanti, ma comunque di grandioso che percepivo stava compiendosi. Quello che cercavo era una vera sfida, da sola, in un Paese diverso dall’Italia. Il primo notevole impatto è stato il freddo e la neve. Sorvolando con l’aereo la Danimarca mi sembrava di essere volare sulle distese di ghiaccio dell’Alaska. Il secondo è stato l’Inglese. Lasciato l’aeroporto di Venezia sono entrata in una dimensione linguistica anglofona, senza contare l’altissimo livello di Inglese delle persone con cui dovevo lavorare. Il terzo forte impatto è stato poi il Danese, questa lingua scandinava che alle mie orecchie italiane suonava come Giapponese ma che in realtà era un ibrido tra Tedesco ed Inglese. Il quarto: il cibo. La prima settimana non mangiavo perché niente mi ispirava; sulla tavola c’era sempre e solo pane con burro, maionese, formaggi, e cose stranissime che non riuscivo nemmeno ad identificare. Potrei riempire 100 pagine descrivendo quello che mi ha colpito perché ogni giorno c’era qualcosa di insolito ma comunque stimolante, mai banale. Durante la mia permanenza nel Paese delle Fiabe (grazie ad Hans Christian Andersen, ma non solo, data la bellezza da fiaba della campagna Danese), ho appreso davvero cosa significhi prendere tempo per sé stessi e lavorare in gruppo per uno scopo comune. Uno dei nostri principali compiti era infatti fare da istruttori di teambuilding per i gruppi scout e i businessman che sceglievano la nostra penisola e i nostri cottages sul fiordo per svolgere dei trainings. Oltre a questo, dovevamo dare una mano per la gestione in tutto e per tutto della penisola: nutrire le capre e le pecore, riparare ciò che si rompeva (sedie, porte, …), tagliare l’erba, andare a fare rifornimento di mangime con la macchina, dipingere le pareti esterne dei cottages e chi più ne ha più ne metta. Senza poi contare tutta la serie di corsi che abbiamo seguito, come quello di vela per fare da istruttori d’estate durante i campi estivi. Ma Houens Odde per me ha significato molto di più. E’ stato condividere con altri volontari SVE con cui vivevo e scout danesi e non, momenti di svago e spensieratezza al chiarore del fuoco dei campfires e delle stelle, vedere come persone provenienti da Nazioni diverse (come nel caso dello scambio Danimarca-Tunisia) ma con gli stessi valori, possono dialogare ed arricchirsi a vicenda, è stato incontrare persone provenienti dai posti più disparati del mondo che hanno contribuito in maniera eccezionale a fornirmi nuove prospettive ed ispirazione per la mia vita. Lo SVE in Danimarca è stato inoltre un’occasione privilegiata per scoprire questo meraviglioso Paese grazie ai week-end trascorsi viaggiando spesso con altri volontari SVE (incontrati durante on arrival training), grazie alle gite che la mia organizzazione ci ha permesso di fare periodicamente e grazie alla conoscenza di persone del luogo che mi hanno portato nelle loro case a mangiare dolci al rabarbaro sorseggiando l’immancabile caffè lungo o la birra autoprodotta, al lume di candela, di fronte al fuoco, quando tutto, fuori, era ammantato dalla neve. Spesso mi è capitato di fermarmi e dire a me stessa “Non stai sognando, sei davvero qui, lo stai davvero vivendo!”. Il passare dei mesi, delle stagioni, consolida questa percezione di appartenenza al nuovo habitat che con il tempo diventa famigliare. La strada per andare in macchina alla scuola di Danese diventa un’abitudine e così tutte le altre che quotidianamente si percorrono, fino a quando ci si rende conto che è ora di svegliarsi, che il sogno sta per finire, che è ora di tornare a casa. Nonostante molti momenti di difficoltà, dovuti alla lontananza da casa, dalla famiglia, dagli amici, gli ultimi giorni per me sono stati a dir poco tragici. Sentivo che quella situazione di apparente immutabile stabilità stava per concludersi. Avrei presto dovuto dire “Goodbye” a persone che, nei mesi, da perfette sconosciute erano diventate parte di me, amiche, confidenti. Avrei dovuto rinunciare alle mie passeggiate nel bosco con i nostri cani, Basse e Jumper, alle nuotate nel fiordo dopo il lavoro, a recarmi come facevo ogni giorno nel mio luogo segreto per ascoltare il silenzio. Ma forse la bellezza di quest’esperienza sta anche nella sua caducità, nella consapevolezza di aver vissuto qualcosa di irripetibile che ha riempito il cuore e ha appagato, per un periodo, la sete di conoscenza e la curiosità. Quando si torna, in aereo, in treno, in macchina, non importa il mezzo, si è diversi. Il mio tanto desiderato rito di passaggio, dalla giovinezza alla vita adulta, che in Italia si sta dilatando sempre più, è avvenuto. La ragazza che mia mamma ha accolto ed, inizialmente, non riconosciuto all’aeroporto vestita da cow-boy, non era più la stessa che era partita quella mattina del 22 febbraio. Dopo le mille avventure e le sfide, challenges, affrontate da sola in un Paese straniero senza paura perché in ogni caso “I’ll find out!”, sento davvero di avere una marcia in più. Chiamatela come volete autostima, consapevolezza, incoscienza… ciò che importa è sentire di avere delle solide basi sui cui costruire la propria vita e la base fondamentale è costituita da noi stessi e dal nostro rapporto con gli altri. E che lo SVE sia solo l’inizio di una vita più vivace e policromatica, all’insegna dell’attivismo e della consapevolezza dell’importanza dell’azione per sconfiggere la deriva di valori cui si sta purtroppo assistendo soprattutto nel nostro Paese a tutti i livelli. Questa mi sembrava una premessa necessaria per farvi entrare con lo spirito giusto in alcune delle avventure che ho narrato in un blog durante il mio periodo di permanenza. Eccovi un assaggio. Non mi resta quindi che augurarvi buon viaggio!
Meteore
17 Aprile 2010
Sbircio nel mio diario per scovare qualche frammento interessante su cui riflettere, di cui parlare. Potrei raccontarvi delle persone che sto incontrando, di quelle con cui lavoro quotidianamente oppure delle “meteore” con cui ho condiviso tanto in brevi istanti, chiacchierando magari davanti alla stufa, nell’ora di hygge, il tipico momento di convivialità danese al chiarore delle candele.
A volte mi sento sola, lontana da casa e dai miei affetti. Ma quando incontro queste persone, che hanno storie da raccontare o che semplicemente hanno vissuto e possiedono qualcosa di genuino e dannatamente vero in sé, caspita, in quei momenti, la mia visione del mondo cambia completamente. Niente fronzoli, nessuna frase detta per parlarsi addosso ed ascoltare la propria voce.
Una di queste persone è di certo Hanse, uno degli scout storici di Houens Odde. Voce profonda, da fumatore. Viso segnato dal vento del Nord, mani callose a causa del duro lavoro nel porto di Århus. Una pronuncia Inglese perfetta, con una chiara flessione americana.
Quando, durante il workcamp Vekla, entrava nella stanza in cui mi trovavo, non potevo non percepire la sua presenza, anche se ero distratta e stavo parlando con qualcuno.
Sorriso aperto, di persona che ne ha viste e fatte troppe nella propria vita per voler mantenere le distanze con la gente. Non lo so, certe persone per me sono delle calamite. Non posso non conoscerle, scambiarci due parole. Sento che perderei un’occasione. E allora mi faccio avanti, se non sono loro a fare il primo passo nella mia direzione.
Il momento più bello è quello in cui ci si accorge che si parla la stessa lingua dell’anima, non c’è bisogno di usare un ricco vocabolario.
E’ interessante e paradossale come, a volte, solamente un estraneo dotato di una particolare sensibilità risulti essere l’interlocutore più adatto con cui condividere certi pensieri, emozioni.
Durante l’ultimo, delirante hygge, Hanse si è avvicinato a me per regalarmi il suo fazzoletto scout.
Quando gli altri mi hanno chiesto di chi fosse sono rimasti molto stupiti. Credo che molti dei partecipanti di Vekla lo considerino un simbolo, uno dei “padri fondatori” di Houens Odde. Non è un tipo particolarmente abituato a manifestare i propri sentimenti.
Che dire: feelings, sensazioni, intuizioni.
Quando me ne sono tornata all’appartamento, finito Vekla, non volevo più toglierlo. Adesso è appeso vicino al mio letto.
Non si possono dimenticare certi frammenti di vita, parole, volti. Meteore.
Camminando a piedi nudi
19 Luglio 2010
Camminare nel bosco a piedi nudi, avendo raggiunto con il kayak Kidholmene, un’isola nel fiordo, quando più a Sud il resto del mondo si trova già nell’oscurità della sera.
Non è forse questa la libertà?
E poi, se si ha il coraggio di osare ancora, altri mondi nascosti si aprono, ma bisogna avere gli occhi e il cuore aperti per vedere: un cucciolo di balena proprio di fronte a me, a pochi metri.
La natura sa regalare emozioni indescrivibili, che vanno a toccare corde sconosciute ma così profonde che mi vengono i brividi ripensandoci. Ed era, ed è, tutto di fronte a me: uno spettacolo fatto per pochi spettatori che sanno ancora temporeggiare sulla spiaggia all’imbrunire per sentire sulla pelle gli ultimi raggi di sole della giornata e vedere i gabbiani che si tuffano indisturbati.
Quando si inspira ed espira, non è solamente il proprio respiro, ma quello della terra, della vita. Ci si sente vivi, senza artifizi. E quando si è in un luogo e non si vorrebbe essere che lì, per me questa è Felicità allo stato puro.
by Giada Milan, Italy



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