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Cristina Sghedoni

Stralci di Bolivia

1 Cochabamba- Bolivia, 6 gennaio 2010

Sono troppo stanca per scrivere una vera mail – qui e’ l’1 e 28- ma vi volevo dire che il viaggio, anche se infinito, e’ andato bene- all’aeroporto di San Paolo ho ammazzato il tempo giocando a Master Mind con un ingegnere brasiliano di ritorno da Parigi- e anche l’arrivo alla “Casa de los Ninos” non è stato troppo traumatico… ho preso uno di quei pullman colorati sudamericani che credevo non esistessero davvero, ho passato la giornata tra i bambini, praticamente un campeggio –qui siamo nel pieno delle vacanze estive- con tanto di squadre e cacce al tesoro… i bambini sono molto sentimentali, hanno occhioni bellissimi e dei nomi da telenovelas¡¡¡ Io sto bene, non ho ancora accusato i malesseri del cambio di pressione e mi sento abbastanza in forze. Non troppo per raccontarvi di piu’, però, scrivero’ meglio un giorno con piu’ calma… – il cell e’ inutile, non riceve e non manda NULLA – vi bacio e vi abbraccio (Oggi le bimbe mi hanno chiesto da cosa mi vestiro’ per carnevale, e io ho risposto: “da Belle, e tutte le altre mie amiche da “princese”… GIUSTO???) ri-baci cr¡

2 Cochabamba- Bolivia, 10 gennaio 2010

Il mio intestino non si e’ ancora abituato a qualcosa, qui, nella ‘pianura umida’ che significa Cochabamba… Eppure, penso, ci si abitua a tutto: Augustine, che ha 17 anni e ha vissuto sulla strada, si e’ abituata all’idea che il suo ragazzo le abbia attaccato l’HIV, e la sua bellissima bambina di due anni sia sieropositiva; il piccolo e capriccioso Manuel si e’ quasi abituato all’idea che, una volta terminato l’intervento ai piedi ed imparato a camminare, tornerà alla sua numerosa famiglia, anche se il padre beve; Juan, di un’eta’ indefinibile tra i 9 e i 12 anni, si e’ abituato da anni a vivere all’ospedale e a tenere sempre un fazzoletto in bocca, anche se non ci sono stati danni reali alla bocca dopo un intervento sbagliato per cui ha rischiato la morte… Ci si abitua a tutto, penso; poi mi accorgo che ogni giorno, anche, qui qualcuno lotta perche’ non ci si abitui ai bambini abbandonati per anni negli ospedali, agli interventi chirurgici urgenti che vengono posticipati se sono per un povero, alla corruzione dilagante che pone tutti sotto la legge del piu’ forte… E’ possibile abituarsi a tutto; ma meglio, molto meglio, scegliere a che cosa. baci a tutti cr¡

3 Cochababmba- Bolivia, 15 gennaio 2010

Il Cristo bianco di Cochabamba, emulando quello di Rio De Janeiro, apre le sue braccia ad una vallata di luci. Noi siamo dalla parte opposta della citta’, dove finiscono i lampioni ed iniziano le montagne, percorriamo pochi metri in una strada sterrata che sale leggermente. Aristide ferma la macchina e scendiamo dalla jeep, tutti e dieci, nel buio. ‘Siamo gli amici di Gustavo’, urla qualcuno. Aspetto, sgranando gli occhi senza capire… Poi dal pendio che guarda la citta’ sbuca una ragazzina sporca; ‘Hola’, ci dice, e poi, in spagnolo: ‘Stanno arrivando anche gli altri’. I ragazzi tirano fuori pane e latte, le danno anche una ‘ciompa’ perche’ di notte fa freddo. Arriva un altro uomo, giovane anche lui, intirizzito, si butta sul panino e lo finisce in due morsi… ‘Non so se ne arriveranno altri, molti sono andati via’, mi dice Ari, dopo aver parlato con questo, ‘stamattina e’ venuta la polizia e ha preso tutti bambini.’ ‘Io vivevo qui’, mi dice Gustavo, ‘vieni a vedere.’ E cosi’ lo vedo, il passaggio, tra le agavi e i fichi d’india, nel buio tra le foglie enormi e le spine c’è un sentiero impervio che scende, tra i cani che girano e si abbaiano; arriviamo ad un piccolo spiazzo, dove ancora fumano le braci di un fuoco. C’è una capanna di lenzuola lise e pali, non è chiusa e dentro si vede un ragazzo raggomitolato sui materassi… non ride e non piange e non vuole niente, dorme come in una cuccia, non un vestito ne’ una scatoletta intorno, dorme o tiene gli occhi chiusi a forza… E io penso che sono i punkabbestia di qui, giovani e con i cani, raggrinziti e affamati, ubriachi o drogati di colla, senza tatuaggi ne’ piercing, e penso anche che mi ha accompagnato qui Gustavo, Gustavo che da bambino e’ scappato di casa perche’ suo padre lo picchiava e per un po’ ha vissuto con loro, Gustavo che ora ha trovato una casa, una specie di famiglia, una specie di serenità… Gustavo che in me, italiana per un mese un mese in Bolivia, ha trovato un’amica. Vi saluto tanto tutti… allora, questo nipote si decide a nascere?? cr¡

4 Cochabamba- Bolivia, 17 gennaio 2010

Ci lasciamo la citta’ enorme alle spalle, e finalmente si apre l’orizzonte alle Ande: il taxi corre e io pranzo con un uovo, una patata, e i legumi verdi e insapori che qui si mangiano come noccioline facendoli sgusciare dal loro baccello umido, mentre mi mostrano le coltivazioni, le case dei campesinos, i vari pueblos… Poi camminiamo nelle terre degli incas, dove le nuvole si fanno e disfanno rapidamente e il sole, quando batte, brucia in un secondo la pelle…tra i campi di choclo, ascolto qualche parola in quechua, guardo le vecchie che filano sull’ombra delle porte, un uomo che trascina un toro scalpitante, i bambini che fanno la guardia a pecore gonfie di lana, le donne che portano sulle spalle un fardello nascosto nei piu’ vivaci colori… nelle case di mattoni di terra pressata c’e’ una sedia e un sacco di mais, nient’altro, ma fuori ci sono ampie montagne, c’e’ l’odore della menta e dell’eucalipto, ci sono stormi di uccelli in formazione, ci sono le rane dagli occhi dorati e l’acqua nel rio continua a scorrere, come le generazioni… (…A Giovanni, che è nato oggi, mentre sua zia era dall’altra parte del mondo, auguro una vita piena di cose belle, di odori buoni e carezze e gusti saporiti sotto la lingua, auguro la voglia di non fermarsi all’apparenza, auguro amicizie ed incontri veri, di quelli che fanno tanto piangere e tanto ridere perche’ sono tanto vicino al cuore; auguro giorni intensi e pensieri leggeri, di sentirsi sempre amato e di avere sempre voglia di amare, auguro di conservare la speranza che le cose possano migliorare, che gli uomini e le donne di questo mondo possano capirsi, possano aiutarsi, possano essere felici…)

5 Cochabamba- Bolivia, 27 gennaio 2010

La pioggia continua a cadere sulle pozzanghere rosa. La strada è stata lunga, tra le rocce rosse e dorate e i campi di papas, e siamo anche scesi per togliere dalla strada le ruote che un camion aveva fatto cadere rovesciandosi in una curva, ma siamo quasi arrivati a Carpani, il villaggio sui monti in cui abita Celestina. La terra, qui, è rossa di un rosso livido, violaceo, e le rocce stanno acquattate come dinosauri tra i ciuffi di erba alta. Nient’altro che queste montagne, le greggi di capre e llamas e qualche bambino fradicio sotto la pioggia, con il cappello tradizionale e un poncho di nylon, che fa pascolare gli animali. Abbiamo lasciato la strada asfaltata e siamo su questo sentiero violaceo, cercando Celestina: una tubercolosi ha costretto questa bambina ad andare in ospedale e poi a passare sei mesi in citta’, a Cochabamba, ospite della Casa de los ninos… da un mese Celestina è tornata tra le montagne dove è nata e crescita, è tornata con il papà, il fratello ed i fratellastri, è tornata dove le donne e i bambini pascolano gli animali mentre gli uomini coltivano e fanno i vestiti, è tornata dove si mangiano sempre e solo patate cotte in un fuoco di erba stopposa, che se piove non si riesce neanche ad accendere… Continua a piovere, noi chiediamo notizie di Celestina ad ogni pastore e procediamo verso il villaggio: ma ad un certo punto Aristide sente che la macchina slitta, allora si ferma, riaccende, riprova, valuta il fatto che abbiamo da una parte la montagna e dall’altra il burrone e decide di chiedere aiuto. Siamo nel mezzo del niente, a un passo dal burrone, su una strada scivolosa, e non abbiamo le gomme abbastanza nuove per procedere o fare retromarcia. Suoniamo tante volte il clacson, chiediamo ai pastori bambini di andare a chiamare degli adulti che ci possano aiutare, di chiamare Celestina perchè siamo venuti per salutarla… E arrivano, verdi angeli col sombrero, arrivano e spingono perché l’auto pesante, in retromarcia, non slitti giu’ dal burrone… arrivano e ci salvano; con loro c’è una piangente Celestina, una bambina che non dice una parola, solo piange nella pioggia, una pastorella piu’ triste delle altre perchè ha potuto intravedere una vita diversa, più comoda, una vita che però non è la sua… Ci hanno in qualche modo salvato la vita, mi dico quando mi riprendo, ci hanno salvato la vita questi pastori da cui Celestina vuole scappare, questo suo popolo chiuso in tradizioni antiche tramandate nella lingua quechua… hanno salvato le nostre vite rinchiuse dentro un’auto troppo pesante, troppo ingombrante per il loro sentiero, l’hanno salvata anche stando coi piedi bagnati, dentro ai ponchi, ci hanno salvato questi mangiatori di patate che pascolano e coltivano come gli uomini primitivi… Ma Celestina piange, da un mese è tornata e ancora non si abitua alla vita dura del suo stesso popolo, e noi ci chiediamo cosa sia meglio per questi bambini, se le possibilità che diamo loro siano offerte o in qualche modo imposte, ci facciamo domande complesse come l’incontro tra le culture diverse, come le scelte che determinano la vita delle persone, domande pesanti che non trovano risposta, tra la pioggia e le pozzanghere livide… Quando mi chiedo mi chiedo perche’ sono venuta, mi rispondo che e’ perche’ sono curiosa. Mi piacciono le storie: e tanto piu’ sono strane e vere, tanto piu’ mi sembra abbiano il diritto di risuonare dentro di me. baci a tutti, spero che stiate bene e siate felici. Presto potrete raccontarmelo a voce! cr¡

by Cristina Sghedoni, Italy


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